Introduzione
Negli ultimi vent’anni, l'adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) ha rappresentato, e continua a rappresentare, uno degli obiettivi principali delle politiche dell'Unione Europea (UE), in quanto leva strategica per lo sviluppo economico, la competitività e l'inclusione sociale.
In questo contesto, nel 2010, nell’ambito delle politiche anticicliche promosse dal Parlamento e dalla Commissione Europea per fronteggiare la crisi economica, è stata adottata l’Agenda Digitale Europea, parte integrante della strategia Europa 2020. Tale iniziativa ha rappresentato il primo quadro organico volto a promuovere l’uso delle tecnologie digitali in tutti i settori della società e dell’economia. L’agenda ha posto le basi per successive iniziative di ampio respiro, tra cui il Mercato Unico Digitale (Digital Single Market, DSM ), avviato nel 2015 e, negli anni più recenti, il “2030 Digital Compass: the European Way for the Digital Decade” lanciato nel 2021 a seguito dei cambiamenti organizzativi imposti dalla gestione dell’emergenza sanitaria. I progressi compiuti dai singoli Stati membri in materia di digitalizzazione sono monitorati dalla Commissione europea attraverso relazioni annuali basate sull’indice composito di digitalizzazione dell'economia e della società (indice DESI, Digital Economy and Society Index), divenuto nel tempo uno strumento essenziale per valutare l’efficacia delle politiche digitali nazionali e individuare ambiti di intervento prioritari.
Le relazioni della Commissione Europea evidenziano come, nel corso dell’ultimo decennio, l’Italia abbia registrato performance sistematicamente inferiori rispetto alla media dell’UE, collocandosi stabilmente nelle posizioni più basse del ranking europeo. Il nostro Paese presenta un rilevante divario digitale, sia sul piano interno tra territori e tra i diversi segmenti di popolazione, sia nel confronto con gli altri Paesi europei. In questo lavoro si fa riferimento, in particolare, alla dimensione del capitale umano, prendendo in esame il divario digitale di primo livello, legato all’accesso alle tecnologie, e quello di secondo livello, relativo alle competenze digitali. L’analisi si concentra sui divari digitali presenti nella popolazione residente in Italia nel periodo dal 2003 al 2024, messi a confronto con quelli delle maggiori economie dell’UE: Francia, Germania e Spagna. Per tutto il periodo osservato, gli indicatori relativi al divario digitale di primo livello, ovvero quelli legati all’accesso alla Rete, hanno mostrato un miglioramento costante, seppur lento. Tuttavia, i livelli raggiunti restano significativamente inferiori rispetto alla media europea e a quelli registrati nelle altre tre maggiori economie. Parallelamente, si è accentuato il divario intergenerazionale, con un conseguente aumento del rischio di esclusione dalla piena cittadinanza digitale per le fasce di popolazione più anziane.
Uno sguardo d’insieme: connettività e accesso alla Rete
La connettività è stata sin dall'inizio una priorità centrale nell'agenda digitale europea. Già nel 2010, la Commissione Europea aveva fissato alcuni obiettivi chiave da raggiungere entro il 2020: garantire a tutti i cittadini l’accesso alla banda larga veloce (oltre 30 Mbps) e assicurare che almeno il 50 per cento delle famiglie europee disponesse di una connessione ultraveloce (oltre 100 Mbps). Nel 2021, il Parlamento e la Commissione Europea, all’interno della strategia decennio digitale, hanno definito nuovi obiettivi strategici da raggiungere entro il 2030, tra cui quello di rendere disponibile la connessione Gigabit per tutti, cittadini e imprese.
Nel corso dell’ultimo decennio, l’Italia ha compiuto significativi progressi in materia di connettività, registrando un ritmo di crescita sostenuto, soprattutto negli anni più recenti. Il Paese ha raggiunto livelli di copertura per connessioni a velocità pari o superiori a 30 Mbps e 100 Mbps rispettivamente del 94,2 per cento e dell’87,1 per cento , valori in linea con la media dell’Unione Europea a 27 Paesi (UE27) (Figura 1a e 1b).
Figura 1.a Famiglie con connessione ad Internet pari o superiore a 30 Mbps nelle maggiori economie UE27. Anni 2014-2023 (valori percentuali)
Figura 1.b Famiglie con connessione ad Internet pari o superiore a 100 Mbps nelle maggiori economie UE27. Anni 2014-2023 (valori percentuali)
Tuttavia, questi risultati sono stati ottenuti con un ritardo rispetto alle tempistiche stabilite dalla prima Agenda Digitale Europea. Nonostante la tendenza positiva, permane una differenza significativa nell’accesso alle reti ad altissima capacità, fondamentali per supportare attività a elevato consumo di banda, come lo streaming simultaneo su più dispositivi, il telelavoro o l’utilizzo di servizi digitali avanzati. La possibilità di fruire effettivamente di tali prestazioni è strettamente legata alla disponibilità di una rete fissa ad accesso ultraveloce (VHCN, Very High-Capacity Network), la cui diffusione in Italia è del 59,6 per cento, valore nettamente inferiore rispetto alla media UE27, pari al 78,8 per cento (Figura 2).
Figura 2. Famiglie che risiedono in una zona servita da una connessione ad altissima capacità VHCN nelle maggiori economie UE27. Anni 2019-2023 (valori percentuali)
La percentuale di famiglie servite da rete fissa ad altissima capacità è più elevata nel Centro Italia (63,7 per cento), mentre è inferiore al 60 per cento sia nel Nord (59 per cento) sia nel Mezzogiorno (58 per cento). Le disparità risultano più marcate a livello regionale: in tre regioni, Calabria (36,1 per cento), Sardegna (39,2 per cento) e Basilicata (43,2 per cento), meno della metà delle famiglie ha accesso a una connessione ultraveloce (Figura 3.a).
Figura 3.a Famiglie che risiedono in una zona servita da una connessione ad altissima capacità VHCN per regione. Anno 2023 (valori percentuali)
Figura 3.b Famiglie che risiedono in una zona servita da una connessione ad altissima capacità VHCN per regione. Differenze tra 2023 e 2020 (punti percentuali)
In altre aree del Paese, invece, oltre sette famiglie su dieci dispongono di una connessione ultraveloce: Lazio (71,7 per cento), Campania (72,1 per cento), Trentino-Alto Adige (77,6 per cento) e Molise (84,6 per cento, la quota più elevata a livello nazionale). Nel complesso, l’Italia ha registrato una crescita di circa 26 punti percentuali tra il 2020 e il 2023; tuttavia, questo miglioramento non è stato uniforme sul territorio (Figura 3.b). Gli incrementi più contenuti si osservano in Liguria e in Sardegna, che nel 2023 si colloca penultima tra le regioni per livello di copertura. Di segno opposto è il caso del Molise che, partendo da una delle situazioni più svantaggiate nel 2020, ha compiuto progressi molto rilevanti, con un aumento di 67,9 punti percentuali (dal 16,7 per cento del 2020).
Utenti della Rete: tra convergenze e divari generazionali
In Italia, l’utilizzo di Internet ha mostrato una crescita costante, seppur a un ritmo più lento rispetto alla copertura di rete. Nel 2024, l’88,1 per cento della popolazione di 16-74 anni ha utilizzato Internet regolarmente, mentre nel 2007 la quota era appena del 33,5 per cento. Rispetto alla media UE27, nel 2007 l’Italia presentava un divario di quasi 16 punti percentuali, oggi inferiore ai 4 punti percentuali (Figura 4).
Figura 4. Persone di 16-74 anni che usano regolarmente Internet per classe di età nelle maggiori economie dell'UE27. Anni 2007-2024 (valori percentuali) (a)
Se si considerano invece le maggiori economie europee, la distanza è pari a quasi 7 punti percentuali dalla Spagna, 4,5 punti percentuali dalla Francia e 4 punti percentuali dalla Germania.
Il ritardo italiano è emerso con evidenza anche nel mancato raggiungimento dell’obiettivo fissato dalla prima Agenda Digitale europea, che prevedeva di portare al 75 per cento la quota di utenti regolari entro il 2015. In quell’anno, in Italia, la quota si fermava al 63,4 per cento, mentre l’obiettivo veniva raggiunto dalla media dei Paesi UE27 (74,7 per cento), inclusa la Spagna che partiva da una condizione iniziale simile a quella italiana. Il nostro Paese si è avvicinato al traguardo solo nel 2019, toccando il 74 per cento, poco prima dell’emergere della pandemia da Covid-19. Le necessità emerse durante l’emergenza sanitaria hanno contribuito a un’accelerazione significativa nell’adozione delle tecnologie digitali: tra il 2019 e il 2022 si è registrato un incremento di 9 punti percentuali nell’uso regolare di Internet, di cui 3,7 punti percentuali tra il 2020 e il 2021.
La distanza che separa l'Italia dai Paesi europei è in parte riconducibile alla limitata adozione delle ICT da parte della popolazione anziana. Infatti, mentre nel 2007 la percentuale di utenti regolari di Internet in Italia era inferiore alla media europea per tutte le fasce d'età, comprese quelle più giovani, nel 2024 la situazione è profondamente mutata (Figura 5). La quasi totalità delle persone tra i 16 e i 54 anni naviga regolarmente in Rete (oltre il 93,6 per cento). Tra i 55-64enni, la quota di utenti regolari di Internet si avvicina alla media europea, con l’86,2 per cento (-3 punti percentuali rispetto alla media UE27). Tra gli anziani, invece, solo il 65,6 per cento delle persone tra i 65 e i 74 anni utilizza regolarmente Internet, con un divario di 7,4 punti rispetto alla media UE27. La distanza si amplia ulteriormente nel confronto con le altre tre grandi economie europee, superando i 12 punti percentuali. La componente anziana della popolazione presenta inoltre marcate disparità di genere, a differenza di quanto accade tra i giovani e gli adulti, per i quali tali differenze sono trascurabili. In particolare, tra gli italiani di 65-74 anni, gli uomini superano le donne nell'uso di Internet con un vantaggio di oltre 7,7 punti percentuali, mentre la differenza è più contenuta per la media UE27 (4 punti percentuali).
Il divario digitale tende ad acuirsi anche in presenza di disuguaglianze sociali. In Italia, ad esempio, il titolo di studio costituisce ancora un fattore discriminante: nel 2024, naviga regolarmente in Rete il 96,5 per cento di coloro che possiedono almeno la laurea, valore di poco inferiore alla media UE27 (98,2 per cento). Tuttavia, la percentuale scende al 77,4 per cento tra chi ha conseguito al massimo la licenza media, a fronte di una media europea dell’81,9 per cento. Va però evidenziato che queste differenze si stanno progressivamente riducendo: nel 2007 il divario tra chi possedeva titoli di studio elevati e chi aveva al massimo la licenza media era di 56,8 punti percentuali, mentre oggi si è ridotto a 19,1 punti percentuali. Un risultato attribuibile, in parte, alla progressiva diffusione della Rete tra le generazioni più adulte.
Figura 5. Persone di 16-74 anni che usano regolarmente Internet per classe di età nelle maggiori economie UE27. Anni 2007-2024 (valori percentuali) (a)
16-24 anni
25-54 anni
Se si estende l’analisi alla popolazione di 15 anni e più (per cui non è possibile un confronto a livello europeo) e si amplia il periodo di osservazione agli ultimi 21 anni, emerge come il rapporto con le ICT sia evoluto nel tempo con velocità parzialmente differenti tra le diverse generazioni (Figura 6). Dal 2003 al 2024, la generazione che ha registrato l’incremento annuo maggiore di utenti regolari (+2,6 punti percentuali) è quella dei nati tra il 1960 al 1969, che nel 2024 hanno un’età di 55-64 anni. Tale accelerazione è principalmente spiegata dal fatto che si tratta di fasce di popolazione ancora in età attiva e, generalmente motore del cambiamento, in particolare tra le donne, che grazie ad un maggiore dinamismo, hanno visto ridursi le distanze con gli uomini.
La generazione dei nati tra il 1970 e il 1979, che ha vissuto pienamente il passaggio dall’era analogica a quella digitale, ovvero gli individui che nel 2024 hanno 45-54 anni, presenta nel periodo analizzato valori superiori alla media nazionale e un progressivo avvicinamento a quelli della generazione immediatamente più giovane, ossia i nati tra il 1980 e il 1989.
Per la generazione dei nati nel 1950-1959, che nel 2024 hanno 65-74 anni, nel periodo 2003-2024 si è osservato un incremento medio annuo di circa due punti percentuali in termini di utenti regolari. Un dato che testimonia una buona crescita, seppur non sufficiente a colmare il divario con la media nazionale. Infine, per la generazione dei nati prima del 1950, che nel 2024 hanno un’età superiore ai 75 anni di età, l’uso della Rete è aumentato in misura limitata, con un incremento medio annuo di 0,6 punti percentuali.
Nell’arco dell’ultimo ventennio, quindi, si osserva un percorso di convergenza tra le generazioni giovani e adulte. La generazione dei nati tra il 1990 e il 1999, ormai prossima alla saturazione, è affiancata da quelle del 1980-1989 e del 1970-1979, che hanno entrambe superato la soglia del 90 per cento. La stessa generazione 1960-1969, pur non avendo raggiunto le generazioni che la seguono, evidenzia un passo di crescita del tutto simile. Infine, se pur non allo stesso ritmo delle generazioni più giovani, è comunque apprezzabile la crescita registrata per la generazione del secondo dopoguerra (1950-59) mentre l’uso di Internet fatica ad emergere tra le persone molto anziane (nati prima del 1950), tra cui poco più di un individuo su cinque è un utente regolare.
Figura 6. Persone di 15 anni e più che hanno usato Internet almeno una volta a settimana negli ultimi tre mesi per sesso, generazione, classe di età. Anni 2003, 2014, 2024 (valori percentuali)
Disparità territoriali: più connessi al Nord e nelle città
Nell’arco degli ultimi vent’anni, se da un lato per alcuni segmenti di popolazione i divari digitali si sono ridotti, dall’altro quelli territoriali sono rimasti ampi. Nel 2024, si osserva un ritardo del Mezzogiorno, con il 75 per cento degli utenti regolari di Internet, a fronte dell’82,7 per cento del Nord e dell’81,8 per cento del Centro. Quasi tutte le regioni settentrionali superano l’80 per cento, con la Lombardia al primo posto (83,9 per cento). Anche alcune regioni centrali, come il Lazio (82,5 per cento) e la Toscana (82,1 per cento), mostrano tassi simili. Al contrario, le regioni del Mezzogiorno occupano le ultime posizioni: la Calabria registra la quota più bassa (71,1 per cento), seguita da Campania (73 per cento) e Molise (74 per cento) (Figura 7). Particolarmente rilevante è il caso del Molise che, pur figurando tra le regioni con la più ampia copertura di banda ultraveloce, continua a registrare una delle percentuali più basse di utenti regolari. Questo dato conferma che la sola disponibilità infrastrutturale, pur essendo condizione necessaria, non è sufficiente a garantire un uso diffuso di Internet. È quindi essenziale affiancare interventi infrastrutturali a politiche di accompagnamento orientate all’inclusione digitale.
Figura 7. Persone di 15 anni e più che usano regolarmente Internet per regione. Anno 2024 (valori percentuali)
Le differenze tra ripartizioni geografiche, seppur significative, non esauriscono però la complessità interna dei territori. Per una comprensione più approfondita delle differenze territoriali, si utilizza anche la classificazione armonizzata a livello europeo (DEgree of URBAnisation, DEGURBA), che distingue i comuni in città (zone densamente popolate), piccole città e sobborghi (zone a densità intermedia) e zone rurali (scarsamente popolate), in base a criteri di prevalenza e dimensione minima delle aree. Tale classificazione consente di confrontare in modo omogeneo aree urbane, periurbane e rurali, indipendentemente dai confini amministrativi, permettendo analisi comparabili sia all’interno del territorio nazionale con gli altri Paesi europei.
Nel 2024 l’89 per cento della popolazione urbana residente in Italia tra i 16 e i 74 anni utilizza regolarmente Internet, rispetto al 38,3 per cento del 2007. Nelle aree rurali la quota di utenti regolari è passata dal 26,7 per cento del 2007 all’86,9 per cento nel 2024, riducendo così il divario urbano-rurale da 11,5 a 2,2 punti percentuali e attestandosi così nel 2024 a valori prossimi alla media dell’UE27 per le zone rurali (Figura 8).
I livelli registrati nel 2024 nelle città italiane risultano inferiori a quelli delle città delle altre tre maggiori economie europee: -3,7 punti percentuali rispetto alla Germania, -7,2 alla Spagna e -5,1 alla Francia.
Figura 8. Persone di 16-74 anni che usano regolarmente Internet per grado di urbanizzazione nelle maggiori economie UE27. Anno 2024 (valori percentuali)
Dalle abilità informatiche alle competenze digitali
Accanto alla diffusione di Internet un'altra delle sfide del Paese in materia di digitalizzazione riguarda tuttora la capacità di utilizzo della Rete, la cui definizione e misurazione è mutata nel tempo, seguendo il ritmo dei cambiamenti tecnologici e l’impatto che questi hanno avuto nei diversi ambiti della vita quotidiana. Nel periodo 2007-2014, in un contesto in cui l'accesso alla Rete era principalmente mediato dal personal computer (PC) e la navigazione sul web era ancora un'esperienza per lo più tecnica e poco orientata all'utente finale, la misurazione dell’alfabetizzazione digitale era associata prevalentemente alle abilità legate all’uso del PC.
Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014, l’utilizzo del PC tra la popolazione europea di età compresa tra i 16 e i 74 anni passa dal 60,6 per cento al 75,4 per cento, con un profilo per Paese che ricalca in larga parte quello relativo all’uso di Internet. In Italia, l’uso del PC rimane nettamente inferiore rispetto alla media europea, attestandosi nel 2014 al 59,1 per cento (+16,6 punti percentuali rispetto al 2007). In quell’anno, il Paese mostra uno scarto negativo di 14,2 punti percentuali rispetto alla Spagna, di 22,6 punti percentuali sulla Francia e di 28 punti percentuali sulla Germania (Figura 9a). Al ritardo complessivo nella diffusione del computer e dell’accesso a Internet si accompagna anche un basso livello di abilità informatiche. Nel 2014, la quota di persone di 16-74 anni con elevate abilità informatiche nell’UE era pari al 28,1 per cento, mentre in Italia si ferma al 25,7 per cento (Figura 9b).
Figura 9.a Persone di 16-74 anni che hanno usato il pc negli ultimi tre mesi nelle maggiori economie UE27. Anni 2007, 2014 (valori percentuali)
La dinamica temporale osservata tra il 2007 e il 2014 conferma anche per questo ambito come l’età e l’istruzione costituiscano fattori esplicativi rilevanti. Tra le persone con al massimo la licenza media e tra gli anziani di 65-74 anni, i divari nel possesso di abilità informatiche elevate risultano in aumento rispetto alla media nazionale: partiti da una posizione di particolare svantaggio (nel 2007 erano rispettivamente il 5,9 per cento e l’1,5 per cento), negli otto anni successivi hanno fatto registrare incrementi sensibilmente inferiori alla media della popolazione (Figura 10).
Figura 10. Persone di 16-74 anni residenti in Italia con abilità informatiche elevate per classi di età, sesso, titolo di studio. Anni 2007, 2014 (valori percentuali)
Gli adulti di 55-64 anni registrano incrementi simili a quello medio nazionale (+7,8 punti percentuali) tra il 2007 e il 2014, pertanto il loro divario rispetto a quest’ultimo rimane ancorato a 11,6 punti percentuali. I giovani fino a 34 anni e la classe di età intermedia dei 35-44enni, con tassi superiori alla media già nel 2007, presentano un ritmo di crescita più sostenuto negli otto anni successivi. In particolare, nel 2014 i giovani di 16-24 anni raggiungono il 43,2 per cento, posizionandosi vicino al valore medio dei coetanei europei, per quanto ancora a una distanza superiore ai 5 punti percentuali da Francia e Spagna.
Le abilità informatiche risultano essere principalmente una prerogativa maschile, un fenomeno osservabile anche a livello europeo. In Italia, tra il 2007 e il 2014, le donne hanno registrato un incremento leggermente inferiore rispetto agli uomini (8,1 punti percentuali contro 9,3 p.p.), con il risultato che nel 2014 solo il 18,8 per cento delle donne possedeva abilità informatiche elevate rispetto al 32,7 per cento degli uomini. Le differenze di genere non si limitano al dato complessivo, ma si manifestano anche tra i più giovani: nel 2014, solo il 37,1 per cento delle ragazze di 16-24 anni di età possedeva abilità informatiche elevate contro il 48,9 per cento dei coetanei maschi.
Inseguendo l’innovazione: sfide e obiettivi europei
Gli anni dal 2010 al 2020 sono caratterizzati da una rapida innovazione tecnologica, in particolare nel settore delle comunicazioni mobili. Si è passati dalle reti di seconda generazione (2G), focalizzate principalmente sulle chiamate vocali e gli SMS, alle reti di terza generazione (3G) e, successivamente, alle reti 4G. Questo salto tecnologico, combinato con lo sviluppo dei dispositivi mobili, ha reso possibile l'esperienza della navigazione ubiqua, consentendo agli utenti di connettersi e accedere a Internet in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. È in questo contesto che, nel 2014, la Commissione Europea definisce un quadro di riferimento per le competenze digitali per i cittadini (Digital Competence Framework for Citizens, DigComp), proponendo una definizione dinamica che non si limita più all'uso di strumenti specifici, come ad esempio il computer, ma la descrive in termini di abilità e conoscenze che permettono di utilizzare le ICT in diversi ambiti della vita quotidiana attraverso qualsiasi dispositivo. Inoltre, in un contesto sempre più digitalizzato, la Commissione Europea definisce le competenze digitali come competenze chiave poiché contribuiscono, da un lato, al miglioramento della efficienza e della competitività del sistema produttivo e, dall’altro, favoriscono maggiore equità e inclusione sociale.
Il quadro di riferimento DigComp definisce la competenza digitale come una combinazione di 21 competenze raggruppate in cinque domini: alfabetizzazione su informazione e dati; comunicazione e collaborazione; creazione di contenuti digitali; sicurezza; risoluzione dei problemi in ambiente digitale. Questo framework rappresenta quindi il riferimento concettuale per la definizione e la misurazione delle competenze digitali.
Il quadro di riferimento DigComp, nei successivi anni, è stato implementato e aggiornato, arrivando a una versione definitiva nel 2021 con la pubblicazione del DigComp 2.2.
Eurostat utilizza il framework DigComp per stimare il livello di competenza della popolazione, basandosi su indicatori indiretti ricavati dalle risposte fornite nell’indagine sull’uso delle tecnologie dell’informazione (ICT) da parte di famiglie e individui. Per ciascun ambito di competenza vengono selezionate una serie di attività svolte nei tre mesi precedenti l’intervista; a seconda del dominio, il numero di attività varia da un minimo di quattro a un massimo di sette.
Il livello di competenza viene classificato in tre modalità (nessuna, di base, sopra il livello base). Sulla base del livello di competenza relativo a ciascun dominio viene costruito un indicatore sintetico articolato in quattro livelli: nessuna competenza, competenze digitali basse, di base ed elevate. Gli individui vengono così classificati con competenze digitali complessive almeno di base se hanno competenze digitali almeno di base in tutti e 5 i domini, basse se hanno competenze almeno di base per 4 domini su 5, ridotte se hanno competenze in 3 domini su 5 e limitate se si hanno competenze in 2 domini su 5, nessuna competenza se in nessun dominio hanno competenze digitali alme-no di base o in un solo dominio.
In questo quadro metodologico si inserisce il monitoraggio degli obiettivi fissati dalla Commissione europea con il programma strategico Digital compass 2030, che prevede di portare all'80 per cento, entro il 2030, la quota di cittadini con competenze digitali almeno di base. Nel 2023 tale la quota si attesta al 55,5 per cento a livello UE27 e al 45,9 per cento in Italia che si colloca al 22° posto della graduatoria europea, con una distanza di oltre 6 punti percentuali dalla Germania, di 14 punti percentuali dalla Francia e di ben 20 punti percentuali dalla Spagna (Figura 11). Rispetto al 2021 aumenta lievemente la quota di cittadini europei con queste competenze (+1,6 punti percentuali) ma tale andamento non si evidenzia per tutti i Paesi dell’UE27 come si sarebbe atteso dalla tendenza degli indicatori che misurano il divario digitale di primo livello (cfr. paragrafo Utenti della Rete). Per 10 Paesi si registra una mancata crescita, in particolare tra le grandi economie si evidenzia una flessione per la Francia (-2,3 punti percentuali), una stabilità per l’Italia, e un aumento per la Germania e la Spagna (+3 e +2 punti percentuali, rispettivamente). La mancata crescita dell’Italia ha quindi reso più acuti i divari con le altre maggiori economie. Lo stallo verso l’acquisizione di maggiori competenze digitali è reso particolarmente evidente dal confronto con la Germania che, pur presentando una situazione di partenza simile a quella dell’Italia nel 2021, nel 2023 si attesta intorno al valore medio UE27. A livello nazionale, inoltre, l’Italia presenta una forte variabilità: nel Mezzogiorno i cittadini con competenze almeno di base si attestano al 36,1 per cento a fronte del 51,3 per cento nel Nord.
Figura 11. Persone di 16-74 anni che hanno usato Internet negli ultimi 3 mesi con competenze digitali almeno di base nelle maggiori economie UE27. Anno 2023 (valori percentuali)
Anche le competenze digitali, al pari delle abilità informatiche rilevate fino al 2014, sono fortemente associate all’età e al livello d’istruzione. Nel 2023, in Italia, il 59,1 per cento delle persone di 16-24 anni possiede competenze digitali almeno di base, a fronte del 48,7 per cento registrato tra le persone di 45-54 anni, con una differenza di 10,4 punti percentuali. Tra le coorti più anziane il divario rispetto ai più giovani si amplia. La quota degli individui con competenze almeno di base, infatti, è del 38,5 per cento tra i 55-64enni del 19,3 per cento tra i 65-74enni. Nonostante i giovani siano il motore trainante nell’adozione delle ICT, rispetto al 2021 non è cresciuta la quota di quelli con competenze digitali adeguate. Un andamento simile si osserva anche a livello europeo: in 15 Paesi si registra una flessione della percentuale di giovani con competenze digitali almeno di base (tra questi, - 4 punti percentuali in Francia, -2 Germania e -1 in Spagna) (Figura 12). Tale riduzione non si registra invece per le coorti adulte.
Figura 12. Persone di 16-24 anni che hanno usato Internet negli ultimi 3 mesi con competenze digitali almeno di base nei Paesi UE27. Anni 2021 e 2023 (valori percentuali)
Di particolare rilievo è il confronto tra generazioni a parità di titolo di studio, da cui emerge un significativo annullamento dei divari tra chi ha titoli di studio elevati. Infatti, il valore osservato tra gli adulti di 25-44 anni in possesso di almeno la laurea (77,6 per cento) è analogo a quello delle persone di 45-64 (76,5 per cento) con lo stesso livello d’istruzione. Nel confronto internazionale, tuttavia, persistono ampi differenziali tra Italia e Francia e Spagna, anche tra le coorti con titoli di studio elevati. Con la Germania, invece, tali differenze si riscontrano soltanto tra le generazioni più giovani. Un altro elemento di criticità che caratterizza questo particolare ambito sono le disparità di genere a favore degli uomini in quasi tutti i Paesi europei (in Italia, pari a 3,1 punti percentuali). Lo svantaggio femminile in Italia, tuttavia, si manifesta solamente a partire dai 45 anni, mentre fino ai 44 anni le donne risultano possedere maggiori competenze digitali degli uomini.
Approfondendo le dimensioni che compongono l’indicatore di competenza digitale (cfr. Glossario), si evidenzia come siano i domini legati alla “Sicurezza” e alla “Creazione di contenuti digitali” a rappresentare le aree più critiche per il raggiungimento dell’obiettivo europeo da parte dei cittadini residenti in Italia (Figura 13).
Figura 13. Persone di 16-74 anni che hanno usato Internet negli ultimi 3 mesi con competenze digitali almeno di base per dominio nelle maggiori economie UE27. Anno 2023 (valori percentuali)
I divari sono infatti contenuti per il dominio “Comunicazione e collaborazione”, relativo all’interazione via Internet e all’uso dei social media (84 per cento rispetto all’89,3 per cento della media UE27) e per il dominio di “Alfabetizzazione su informazioni e dati”, che include la ricerca di informazioni o dati e la capacità di giudicare la rilevanza della fonte (75,3 per cento rispetto all’81,7 per cento UE27). Si evidenzia, invece, un netto ritardo nel dominio della sicurezza, che riguarda la protezione dei dispositivi e dei dati personali negli ambienti digitali (10,5 punti percentuali sotto la media UE27), in quella della risoluzione di problemi, che si riferisce all’utilizzo dei servizi online e di alcune abilità di gestione software (-8,9 punti percentuali), e nel dominio di creazione di contenuti digitali, che concerne l’utilizzo di applicativi per la creazione o la modifica di contenuti digitali (-8,2 punti percentuali). Tuttavia, nonostante la presenza di divari tuttora importanti, rispetto al 2021, ad eccezione di un decremento di quasi un punto percentuale per le competenze digitali relative alla sicurezza, si registrano incrementi significativi in tutte le altre dimensioni.
L’utilizzo del commercio elettronico
Uno degli obiettivi cardine della Commissione europea, che rientra nel decennio digitale, è la creazione di un mercato unico digitale competitivo che consenta ai cittadini di accedere a un’ampia gamma di prodotti e servizi online.
Nel 2024, in Europa il 71,8 per cento della popolazione di età compresa tra i 16 e i 74 anni ha effettuato acquisti online negli ultimi 12 mesi; in Italia la quota è significativamente più bassa, attestandosi al 53,6 per cento, con un divario di 18,2 punti percentuali rispetto alla media europea (Figura 14). L’Italia si posiziona inoltre al di sotto delle principali economie europee, con un differenziale pari a -24,3 punti percentuali rispetto alla Germania, -15,3 rispetto alla Spagna e -26,7 rispetto alla Francia. Nonostante questo ritardo, la diffusione dell’e-commerce in Italia ha registrato una crescita significativa negli ultimi anni, con un aumento di 9,7 punti percentuali rispetto al 2020. Si tratta di una variazione più marcata rispetto a quella verificatasi per la media dei Paesi UE27 (+7 punti percentuali). L’incremento più rilevante si è registrato tra il 2020 e il 2021, in corrispondenza dell’inizio della pandemia, con un balzo di 7,6 punti percentuali.
Figura 14. Persone che hanno effettuato acquisti online negli ultimi 12 mesi nelle maggiori economie UE27. Anni 2020-2024 (valori percentuali) (a) (b)
Anche nell’ambito del commercio elettronico si osservano divari legati alle caratteristiche socio-demografiche della popolazione. In linea con quanto osservato nel resto d’Europa, in Italia l’e-commerce è più diffuso tra le generazioni più giovani, sebbene con livelli di partecipazione complessivamente inferiori rispetto alla media dell’UE27 (Figura 15). Nel 2024, oltre due terzi dei giovani tra i 16 e i 24 anni (67,2 per cento) ha effettuato acquisti online, ma la quota resta di circa 15 punti percentuali inferiore rispetto alla media UE27. Le differenze si ampliano nella fascia centrale della popolazione attiva: tra i 25 e i 54 anni, la quota di acquirenti online in Italia è pari al 63,7 per cento, contro valori superiori all’80 per cento nella media europea. Analogamente, anche tra i 55-64enni e i 65-74enni, fasce di età in cui la partecipazione al commercio elettronico è più contenuta in tutta Europa, l’Italia mostra livelli sensibilmente inferiori (rispettivamente 42,9 per cento e 25,2 per cento) rispetto alla media UE27 (61,3 per cento e 41,8 per cento). Nonostante ciò, va segnalato che tra il 2020 e il 2024 la crescita dell’e-commerce in Italia è stata particolarmente dinamica, con un incremento pari a 8 punti percentuali per i giovani di 16-24 anni e incrementi superiori ai 10 punti percentuali per l’ampia fascia di età dai 25 ai 74 anni. Tra gli over 75, per cui i dati sono disponibili solo a livello nazionale, la diffusione resta invece marginale, coinvolgendo appena il 7 per cento della popolazione.
Figura 15. Persone di 16-74 anni che hanno effettuato acquisti online negli ultimi 12 mesi nelle maggiori economie UE27 per classi di età. Anni 2020 e 2024 (valori percentuali) (a) (b)
Dal punto di vista territoriale, si registra un maggior dinamismo nelle aree del Nord e del Centro Italia dove il commercio elettronico coinvolge poco più della metà della popolazione di 16 anni e più (51,1 per cento), rispetto al Mezzogiorno, dove la quota si attesta al 38,4 per cento. Le regioni più virtuose sono il Trentino-Alto Adige (54,3 per cento), la Valle d’Aosta (53,2 per cento) e la Toscana (53,1 per cento), mentre le percentuali più basse si osservano in Calabria (31,4 per cento) e Sicilia (35,2 per cento) (Figura 16a).
Figura 16a. Persone di 16 anni e più che hanno effettuato acquisti online negli ultimi 12 mesi per regione. Anno 2024 (valori percentuali)
Figura 16b. Persone di 16 anni e più che hanno effettuato acquisti online negli ultimi 3 mesi per problemi riscontrati. Anno 2023 (valori percentuali)
Il commercio elettronico nel corso di questi anni ha mostrato segnali di miglioramento anche sotto il profilo dell’esperienza utente. Nel 2023, il 76,2 per cento della popolazione di 16 anni e più che ha effettuato acquisti online negli ultimi 3 mesi dichiara di non aver riscontrato problemi (nel 2021 la quota era del 73,3 per cento). Tuttavia, permangono alcune criticità, i disservizi più ricorrenti riguardano il mancato rispetto dei tempi di consegna (11,3 per cento), errori nelle consegne o difetti dei prodotti (6,2 per cento), problemi tecnici del sito (4,7 per cento) e problemi nella gestione dei reclami o nel reperimento di informazioni su garanzie e diritti (entrambe con 4,1 per cento) (Figura 16b). Gli acquisti online più diffusi nel 2024 riguardano il vestiario (23,2 per cento) e gli articoli per la casa (14 per cento). Seguono la sottoscrizione di abbonamenti per piattaforme di streaming per film, serie TV ed eventi sportivi (13,6 per cento) e l’acquisto di servizi di trasporto via Internet (11,5 per cento) (Figura 17).
Figura 17. Persone di 16 anni e più che hanno effettuato acquisti online negli ultimi 3 mesi per tipo di merce o servizio ordinato o acquistato. Anno 2024 (valori percentuali)
I cittadini e i servizi e-gov: un avanzamento rallentato
L’estensione dell’adozione delle ICT nella Pubblica amministrazione (PA) è un altro asse strategico della strategia europea decennio digitale, a cui è associato l’obiettivo di rendere totalmente accessibili in modalità online i principali servizi pubblici destinati ai cittadini e alle imprese entro il 2030.
Nel 2024, la quota di cittadini residenti in Italia che accede ai servizi pubblici digitali è oltre la metà (55,1 per cento contro una media UE27 del 70 per cento). Il confronto con le maggiori economie europee accentua il ritardo italiano: in Francia, l’utilizzo dei servizi di e-government raggiunge l’87,2 per cento, in Spagna il 79,7 per cento, mentre in Germania si attesta al 60,3 per cento (Figura 18). Rispetto al 2022 , l’Italia segna una notevole contrazione nell’uso dei servizi digitali della PA, con un calo di oltre 10 punti percentuali (dal 65,7 per cento al 55,1 per cento). Nello stesso periodo, la media dei Paesi UE27 ha registrato un aumento di 2,4 punti, con incrementi significativi in Germania (+9,1 punti) e in Francia (+4,6), mentre in Spagna il ricorso è rimasto sostanzialmente stabile. La flessione osservata in Italia riguarda alcune specifiche attività che erano state oggetto di sensibile incremento durante la pandemia da Covid19. In particolare, con riferimento alla popolazione di 14 anni e più, nel 2024 si rileva una diminuzione nell’utilizzo dei siti web e delle app della PA per la stampa o il download di moduli ufficiali, inclusi i certificati sanitari, la vaccinazione Covid-19 e i risultati dei test sanitari (-21,7 punti percentuali). Analogamente, si riduce l’utilizzo dei servizi della PA online per prenotare appuntamenti presso ambulatori, biblioteche o con funzionari pubblici (-17,3 punti percentuali). Per quanto riguarda le altre attività, invece, si rileva un consolidamento o un lieve aumento, come l’accesso a banche dati o registri pubblici (+1,6 punti percentuali), l’utilizzo di siti web o app della PA per ottenere informazioni su servizi, benefici, diritti, leggi, orari di apertura (+2 punti percentuali), l'accesso a informazioni personali (+1,8 punti percentuali), e la presentazione della dichiarazioni dei redditi online (+3,1 punti percentuali).
Figura 18. Persone di 16-74 anni che hanno usato siti web o app della PA o dei gestori pubblici negli ultimi 12 mesi nelle maggiori economie UE27. Anni 2022 e 2024 (valori percentuali)
L'intensità d'interazione online dei cittadini con la PA rappresenta un indicatore fondamentale per la definizione di politiche mirate alla modernizzazione e la semplificazione dei servizi pubblici. Considerando la popolazione di 16 anni e più, nel 2024, il 34,2 per cento dei cittadini italiani ha mostrato un’elevata intensità di interazione con la PA, avendo svolto almeno 3 attività delle 10 contemplate negli ultimi 12 mesi (Figura 19). Il 26,4 per cento ha registrato una bassa intensità, limitandosi a svolgere al massimo 2 attività, mentre il 39,4 per cento non ha effettuato alcuna attività online.
Figura 19. Persone di 16 anni e più per intensità di interazione con i servizi della PA online per classe di età. Anni 2022 e 2024 (valori percentuali)
Negli ultimi anni, la quota di utenti con un’elevata intensità di interazione online con la PA è progressivamente diminuita, segnando una riduzione di 9,7 punti percentuali tra il 2024 ed il 2022 (quando la quota si attestava al 43,9 per cento). Tale flessione è riconducibile, come già evidenziato, al calo del ricorso a specifiche attività che avevano registrato un incremento durante la pandemia di Covid-19, come ad esempio le già richiamate attività di download di moduli ufficiali e prenotazione appuntamenti online.
L'intensità di utilizzo dei servizi di e-government in Italia presenta differenze significative in base all’età. Nel 2024, le persone adulte risultano le più attive nell’interazione digitale con la PA: il 41,3 per cento dei 35-44enni ha registrato un’elevata intensità di interazione, con valori simili tra i 45-54enni (39,5per cento) e i 25-34enni (38,1 per cento). La quota si riduce progressivamente con l’aumentare dell’età: si attesta al 35,1 per cento tra i 55-59enni, al 32,6 per cento nella fascia 60-64 anni e al 29,2 per cento tra i 65-74enni. I livelli più contenuti si riscontrano alle estremità del ciclo di vita: tra i giovani di 16-24 anni e le persone di 75 anni e oltre, la quota di utenti con elevata intensità di interazione si ferma rispettivamente al 22,8 per cento e al 21,8 per cento. Anche il livello di istruzione incide significativamente sull’intensità di interazione con la PA online. Nel 2024, circa il 57,2 per cento dei laureati di 25 anni e più ha riportato un’elevata interazione con i servizi online della PA. La quota scende al 37,3 per cento tra i diplomati e si riduce ulteriormente al 18,7 per cento tra coloro che possiedono al massimo la licenza media. Infine, persistono ampie differenze territoriali. Nel Mezzogiorno, la quota di utenti con un’elevata intensità di interazione si attesta al 22,9 per cento, a fronte del 39,4 per cento rilevato nel Centro-Nord.
L'identità digitale come leva per l'accesso ai servizi pubblici
Tra gli sviluppi previsti nell’ambito della digitalizzazione della PA, un ruolo centrale è assunto dalla diffusione dell’identità digitale. In questa direzione si inserisce il Regolamento (UE) n. 910/2014, noto come eIDAS (electronic IDentification, Authentication and trust Services), che promuove l’interoperabilità dei sistemi di identificazione elettronica tra gli Stati membri dell’UE. Il principio cardine del regolamento è il mutuo riconoscimento delle identità digitali: una eID rilasciata in uno Stato membro deve essere valida e accettata anche negli altri, consentendo così l’accesso transfrontaliero ai servizi digitali pubblici e privati. Per garantire livelli adeguati di sicurezza, eIDAS introduce una classificazione delle identità digitali in tre livelli di garanzia — basso, sostanziale e alto — in base all'affidabilità del processo di identificazione e autenticazione. In Italia, lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e la CIE (Carta d’Identità Elettronica) rispondono a tali requisiti. In questo contesto, i dati disponibili dal febbraio 2017 mostrano un sistematico aumento delle identità digitali SPID fino a quasi 38 milioni ad aprile 2024, con una notevole accelerazione tra il 2020 e il 2022.Analogamente, gli accessi tramite SPID ai servizi erogati online sono cresciuti da 55 milioni per l’intero 2019 a oltre 100 milioni mensili nel primo trimestre del 2024. Questa forte dinamica dell’utilizzo dell’identità digitale ha portato l’Italia al di sopra della media UE27, infatti nel 2022 (unico anno disponibile) tra le persone di 16-74 residenti in Italia il 39,4 per cento ha utilizzato SPID nell’anno (contro 36,1 per cento della media UE27, con valori superiori tra le persone di 35 anni e più) (Figura 20).
Figura 20. Persone di 16-74 anni che hanno usato Identità digitale per accedere ai servizi della PA nei Paesi UE27. Anno 2022 (valori percentuali) (a)
In particolare, il vantaggio maggiore si registra tra gli adulti di 55-64 anni (39,1 per cento contro il 31,7 per cento dei coetanei europei) seguito dai 35-54enni che a loro volta presentano un vantaggio di 5,6 punti percentuali. Come per l’intensità di interazione con la PA, anche in questo caso, alle due estremità del ciclo di vita, quindi tra i giovani di 16-24 anni e gli anziani di 65-74anni , si osservano le quote più basse di utilizzo dell’eID, con valori sotto la media UE27.
Il livello di istruzione è un altro dei fattori che determina l’utilizzo dell’identità digitale per accedere ai servizi della P.A. In Italia, la percentuale di utilizzo tra i cittadini con un livello di istruzione pari alla laurea è superiore alla media europea (64,2 per cento contro 54,6 per cento). Al contrario, tra i cittadini con al massimo la licenza media l’Italia si colloca ancora al di sotto della media dell’UE27 (19,6 per cento contro 21,8 per cento).
Conclusioni
L’analisi condotta evidenzia che, nonostante i progressi registrati nell’ultimo ventennio, l’Italia continua a scontare ritardi significativi nel processo di digitalizzazione del capitale umano rispetto alle maggiori economie europee. La crescente diffusione dell’accesso a Internet ha certamente contribuito a ridurre alcune disuguaglianze strutturali. Questo processo è stato favorito anche dalla capillarità delle tecnologie mobili, che consentono una connessione continua e ubiqua attraverso molteplici dispositivi. Tuttavia, permangono rilevanti divari tra generazioni, territori, livelli di istruzione e genere, con un impatto particolarmente accentuato tra la popolazione più anziana.
Questi squilibri rischiano di alimentare nuove forme di esclusione sociale ed economica, soprattutto in un contesto in cui la transizione digitale si configura come un asse strategico nelle politiche di sviluppo nazionali ed europee. L’evoluzione tecnologica ha, di fatto, ridefinito il concetto stesso di divario digitale: mentre negli anni Novanta esso veniva descritto in termini dicotomici (accesso/non accesso), oggi la letteratura scientifica propone un approccio multidimensionale, che integra variabili come l’autonomia nell’uso, le competenze digitali, e le modalità di fruizione dei contenuti. L’accesso, pur restando una condizione necessaria, non è quindi più sufficiente a spiegare le differenze nei comportamenti digitali, nell’uso critico degli strumenti e nella partecipazione attiva alla società digitale.
Per affrontare queste disuguaglianze e promuovere una piena inclusione digitale, nel 2024 l’Italia ha aggiornato la propria roadmap nazionale , fissando l’obiettivo di portare all’80,1 per cento entro il 2030 la quota di popolazione con almeno competenze digitali di base. In quest’ottica, sono stati previsti il proseguimento e il potenziamento, anche oltre il 2026, di misure strategiche già avviate: il Servizio Civile Digitale, la rete dei Punti Digitale Facile, il Fondo per la Repubblica Digitale e una serie di interventi nel settore educativo e formativo.