Introduzione
L’indagine "Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri", realizzata nel 2023, rappresenta un’ulteriore esperienza nell’ambito delle rilevazioni realizzate dall'Istituto nazionale di statistica sui giovani. L’Istat considera importanti le tematiche trattate nell'indagine in quanto permettono di capire condizioni, bisogni e problemi dei giovani, soggetti sociali che necessitano di politiche dedicate. I risultati forniscono indicazioni utili per orientare interventi educativi, sociali e di integrazione, aiutando a rispondere alle sfide di una generazione che cresce in un contesto sempre più globalizzato e digitale. I primi studi risalgono al 2015, quando l’indagine si concentrava sui ragazzi con background migratorio iscritti alle scuole secondarie, con l'obiettivo di esaminarne il processo di integrazione sociale e culturale dal punto di vista metodologico (cfr. Istat 2017) e tematico (cfr. Istat 2020). Un approccio, questo, che ha rappresentato una delle prime occasioni per monitorare l'integrazione dei ragazzi stranieri nel sistema scolastico italiano.
Nel 2021 l’indagine fu riproposta con un ampliamento del campione con l’inclusione anche di studenti italiani, mantenendo tuttavia una rilevante rappresentatività alle collettività di nazionalità non italiana. L’aspetto particolare di tale edizione fu il fatto di essere condotta nel corso del periodo pandemico da COVID-19, che ebbe un impatto significativo sulla vita quotidiana dei giovani. A causa delle misure restrittive di quel periodo, quindi, l’indagine si concentrò in particolare sugli effetti del distanziamento sociale, sul ruolo della tecnologia e sull’adozione massiccia della didattica a distanza, fattori che avevano trasformato radicalmente le modalità di apprendimento e socializzazione dei ragazzi (cfr. Istat 2022).
L’edizione 2023 dell’indagine segna un ulteriore passo in avanti. La principale innovazione è consistita nell'aver ampliato il campione dei rispondenti, comprendendo non solo i ragazzi iscritti alla scuola secondaria, ma tutti i giovani italiani e stranieri di età compresa tra gli 11 e i 19 anni, indipendentemente dal loro percorso scolastico. Ciò ha permesso di ottenere una visione più ampia e rappresentativa della gioventù residente in Italia, senza limitarsi esclusivamente agli studenti.
Il presente lavoro riporta i risultati dell’indagine 2023, che offre informazioni fondamentali sulla vita sociale, familiare e scolastica dei giovani. Il questionario ha affrontato temi cruciali quali l’identità e la cittadinanza, l’esperienza scolastica, le relazioni familiari e tra pari, l’uso del tempo libero, le aspettative per il futuro. Tutti i dettagli metodologici e operativi dell’edizione 2023 sono disponibili nella nota metodologica allegata.
Il lavoro è articolato in cinque sezioni. La prima offre una panoramica complessiva sulla popolazione degli 11-19enni, analizzandone le scelte anche alla luce del contesto familiare. La seconda approfondisce le relazioni interpersonali e la trasformazione dei comportamenti giovanili in rapporto all’avanzare della tecnologia mentre la terza esamina le derive tossiche che possono emergere nelle relazioni tra giovani, fino a sfociare in episodi di bullismo e cyberbullismo. La quarta sezione si concentra sui luoghi in cui prende forma la socialità dei ragazzi e delle ragazze. Infine, la quinta e ultima sezione completa la panoramica sul mondo giovanile, soffermandosi da un lato sul senso di identità e, dall’altro, sulle aspettative per il futuro.
I giovanissimi, dentro e oltre la scuola
Nel 2023, oltre nove giovani su dieci tra gli 11 e i 19 anni residenti in Italia risultano inseriti in un percorso formativo (Figura 1.1), prevalentemente nell’istruzione obbligatoria o immediatamente successiva (quasi l’85%). Gli universitari rappresentano l’8,8%, con una maggiore partecipazione femminile (10% contro 7,8%). Permane un significativo divario tra italiani e stranieri: i primi raggiungono il 9,5% di iscritti all’università, mentre i secondi si fermano al 2,1%, con un’eccezione tra le ragazze rumene (4%). L’ingresso nel mercato del lavoro – come è lecito attendersi – risulta marginale (2,7%), più frequente tra i ragazzi (3,7%) rispetto alle ragazze (1,7%), con incidenze più elevate tra i giovani ucraini e cinesi.
La condizione formativa e lavorativa dei giovani è influenzata dal contesto socio-culturale in cui questi crescono. Nell’indagine è stato chiesto ai ragazzi di valutare la situazione economica della propria famiglia: una percezione soggettiva, ma utile per comprendere il loro vissuto. Nel complesso, il giudizio è prevalentemente positivo, visto che oltre il 70% considera la situazione “sufficientemente buona” e solo l’11% segnala condizioni non buone (Figura 1.2). Le differenze per cittadinanza sono marcate: tra gli stranieri il 18,7% giudica la situazione familiare “non molto buona” (ben il 25,3% tra i cinesi) contro l’8,9% degli italiani. La quota di chi percepisce una condizione “molto buona” è invece più alta tra gli italiani (17,1%) rispetto agli stranieri (12,3%), con un’eccezione per i ragazzi marocchini (oltre il 18%). Da rilevare che tali percezioni risultano più sfumate rispetto a quanto emerge dalle indagini sui redditi e sulle spese delle famiglie: ad esempio, secondo l’approfondimento di analisi condotto nell’ambito dell’indagine annuale su “Reddito e condizioni di vita delle famiglie”, il 26,7% dei minori risulta a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2024 (cfr. Istat 2024). Ciò farebbe ipotizzare aspettative diverse tra i giovani oppure le loro difficoltà nel riconoscere e raccontare situazioni di disagio, talvolta attenuate anche dalla volontà dei genitori di proteggerli.
Dall'indagine emerge anche un dato oggettivo relativo al livello di istruzione dei genitori, complessivamente elevato visto che quasi la metà è in possesso di diploma e circa un terzo di laurea (Figura 1.2). Solo il 2,3% non dichiara alcun titolo, un dato che potrebbe dipendere da difficoltà di equivalenza dei titoli esteri da parte dei ragazzi stranieri o da reticenze a non voler segnalare situazioni di disagio familiare. Le differenze tra italiani e stranieri restano significative: ha almeno un genitore laureato il 35,7% degli italiani ma solo il 16,4% degli stranieri; al contrario, più del 30% di questi ultimi (oltre il 50% tra i marocchini) ha genitori con al massimo la licenza media, contro il 14,2% degli italiani.
Il capitale culturale familiare svolge un ruolo decisivo nelle scelte scolastiche dei ragazzi al termine della scuola secondaria di primo grado. Considerando nel complesso gli iscritti a questo ordine scolastico (che includono anche i ragazzi oltre i 13 anni, intorno al 3% tra gli italiani ma oltre l’8% tra gli stranieri), si rileva che metà degli studenti (50,4%) prevede di iscriversi a un liceo, preferito nettamente dalle ragazze (60,3% contro il 41,2% dei maschi), mentre i ragazzi si orientano più spesso verso percorsi tecnici (20,9%) o professionali (9,4%) (Figura 1.3). Più di un quarto dei giovani (28,5% tra i maschi) è ancora indeciso o non intende proseguire gli studi; tale incertezza diminuisce tuttavia con l’età, parallelamente a un crescente orientamento verso il liceo. Determinante è il livello di istruzione dei genitori. Tra i figli di laureati, il 66,9% sceglie il liceo (quota che sale al 76,7% tra le ragazze e al 73,2% tra gli studenti più grandi). La quota è invece pari al 44,1% tra i figli di diplomati e al 29,3% tra quelli con genitori con al massimo la licenza media, gruppo in cui cresce anche l’indeterminatezza nella scelta formativa (36,5%) e aumenta l’orientamento verso percorsi professionali (oltre il 17%, contro il 3% appena tra i figli dei laureati). Anche la cittadinanza influisce sulle scelte: solo il 37,8% degli studenti stranieri prevede di iscriversi a un liceo, contro il 52,1% degli italiani, con un gap ancor più ampio per i figli dei laureati (51,4% contro 67,8%). Al contrario, tra gli stranieri è maggiore la quota di chi sceglie istituti tecnici o professionali (17,5% e 12,3% contro 14,2% e 7,8% riferito agli italiani) o non ha ancora deciso (32,4% rispetto al 25,9%). Tuttavia, in corrispondenza di titoli di studio dei genitori più bassi, le differenze tra italiani e stranieri quasi scompaiono, confermando quanto il capitale culturale familiare incida sulle opportunità educative.
Tra gli studenti della scuola secondaria di secondo grado, le scelte post-diploma riproducono tendenze già osservate tra i più giovani. Il 56,6% prevede di iscriversi all’università, con un marcato divario di genere: il 67,3% tra le ragazze e il 46,4% tra i ragazzi (Figura 1.4). La propensione è massima nei licei: 77,1%, che arriva quasi all’82% tra le studentesse. Il 17,4% intende invece entrare subito nel mondo del lavoro, soprattutto i maschi (quasi uno su quattro). Tra quanti studiano in un istituto professionale, oltre la metà sceglierebbe di lavorare dopo il diploma (quasi il 60% tra i maschi); per questo collettivo, inoltre, si registra la quota più alta di orientamento verso percorsi formativi non universitari (10,6%). Gli indecisi sono il 17,5%, quota che supera il 25% negli istituti tecnici. Il background familiare esercita un peso determinante: l’83,7% dei figli di laureati mira all’università (quasi l’89% tra le ragazze dei licei), quota che scende al 52,6% tra i figli di diplomati e al 36,4% tra quelli con genitori con al massimo la licenza media. In quest’ultimo gruppo è più forte l’orientamento al lavoro (32,2%, contro meno del 7% tra i figli dei laureati), con valori che superano il 60% tra i maschi degli istituti professionali. Anche la cittadinanza incide: solo il 44,5% degli studenti stranieri intende proseguire gli studi all’università, contro il 57,8% degli italiani. Tra i figli di genitori laureati la quota sale al 75,5% per gli italiani ma supera di poco il 60% tra gli stranieri. Quasi un quarto degli studenti stranieri preferisce andare subito a lavorare dopo il diploma (contro meno del 17% degli italiani), con differenze che si riducono al diminuire del titolo di studio dei genitori.
Relazioni tra pari al tempo dei nativi digitali
Non è solo la formazione, né soltanto la socialità vissuta tra i banchi di scuola, all’università o sul lavoro a definire la crescita dei giovani. Il percorso scolastico e professionale, che occupa gran parte del loro tempo e orienta le loro priorità, costituisce certamente un pilastro fondamentale del loro sviluppo. Tuttavia, altrettanto significative sono le relazioni coltivate nel tempo libero, che offrono uno sguardo complementare sulla loro condizione complessiva. Inoltre, i ragazzi tra gli 11 e i 19 anni incarnano la generazione dei “nativi digitali”, cresciuti con l’uso quotidiano di Internet e dei social media. Per loro, elementi come la frequenza degli incontri con gli amici o la presenza di legami di fiducia — fondamentali per il benessere psicologico — si intrecciano sempre più con le dinamiche della vita online. Così, Internet e i social network diventano non solo strumenti, ma componenti centrali dei loro processi di socializzazione (cfr. Istat 2024).
Le relazioni amicali sono fondamentali per il benessere emotivo e sociale dei giovani, poiché favoriscono lo sviluppo dell'empatia, della comunicazione e della capacità di risolvere conflitti. Trascorrere del tempo con gli amici rappresenta un aspetto centrale della loro crescita. Il 72,6% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni si incontra con gli amici almeno una volta alla settimana e circa uno su cinque li frequenta quotidianamente (Figura 2.1). I maschi tendono a frequentare gli amici con maggiore assiduità (76,8% rispetto al 68% delle femmine); oltre un ragazzo su quattro poi vede gli amici tutti i giorni (26,2% contro il 16,4% riferito alle ragazze). Con l’aumentare dell’età, cresce anche la divergenza nei comportamenti sociali tra i generi. Man mano che si diventa più grandi, tuttavia, la frequenza delle interazioni quotidiane diminuisce, visto il parallelo aumento degli impegni scolastici e di altre attività. Nel Mezzogiorno si registrano le percentuali più alte di ragazzi che vedono gli amici quotidianamente (26,1%), mentre nelle regioni del Centro-Nord la percentuale si attesta intorno al 20%.
La vera amicizia si fonda sulla fiducia reciproca e sulla possibilità di aprirsi senza il timore di essere giudicati. In questo contesto, l'86,3% dei giovani afferma di avere almeno un amico con cui confidarsi, mentre oltre la metà (50,7%) ne ha più di uno. Le ragazze sembrano più propense a condividere i propri pensieri: oltre il 90% di loro ha almeno una persona fidata, rispetto all'82,1% dei ragazzi; le ragazze dichiarano, inoltre, di avere un numero maggiore di amici con cui potersi confidare (56,3% contro il 45,4% dei ragazzi). Tra i più grandi, la confidenza aumenta e le cerchie sociali si allargano rispetto agli 11-13enni. I ragazzi del Mezzogiorno, che, come visto, trascorrono più tempo con gli amici rispetto ai coetanei di altre ripartizioni, sono però meno usi sia ad avere almeno un amico fidato (85,9%) sia all’averne più di uno (48%).
Le interazioni sociali oggi, come anticipato, non si limitano più solo agli incontri "in presenza". La rete di relazioni dei giovani nativi digitali si estende anche attraverso Internet. Quasi il 46% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni afferma che il web ha facilitato la creazione di nuove amicizie, con Internet che appare come canale privilegiato soprattutto tra i ragazzi del Mezzogiorno. Quest’ultimo risulta uno strumento utilizzato per fare nuove conoscenze più per i maschi che per le femmine (47,8% contro 43,6%). Il web è poi un mezzo privilegiato per stringere nuove amicizie soprattutto per i 14-19enni (quasi il 55%), rispetto agli 11-13enni (26,4%), grazie alla maggiore disponibilità di accesso ai dispositivi digitali per i più grandi.
I contatti online non solo favoriscono la nascita di nuove amicizie, ma sono anche fondamentali per mantenere quelle esistenti. Il 48,7% dei ragazzi tra 11 e 19 anni comunica più volte al giorno con gli amici tramite telefono o internet (chat, chiamate, videochiamate, etc.); l'8,4% lo fa in modo continuo. Le ragazze sono più attive digitalmente rispetto ai ragazzi (54,6% contro 43,2%), con una differenza anche nell’assiduità dei contatti (10,6% contro 6,4% riferito ai ragazzi). I 14-19enni, con maggior possibilità di accesso ai dispositivi, sono i più inclini a comunicare a distanza, tuttavia oltre un terzo degli 11-13enni utilizza l’online più volte al giorno. A livello territoriale, la maggiore tendenza a frequentare gli amici nelle regioni meridionali e centrali è confermata anche per i contatti a distanza con, rispettivamente, il 51,4% e il 50,8% dei ragazzi che comunicano più volte al giorno tramite Internet o telefono, mentre nel Nord-est questa quota supera di poco il 40%.
Per ulteriori informazioni riguardanti l’uso di Internet, le modalità di interazione online e la presenza sui social (includendo anche la diffusione dei profili personali sui principali social network) dei giovani, italiani e stranieri tra gli 11 e i 19 anni residenti nel nostro Paese, si rimanda a Istat 2025c.
Focalizzando l’attenzione sui giovani stranieri, emerge come questi frequentino meno assiduamente gli amici: solo il 63,8% li incontra più volte a settimana contro il 73,5% degli italiani (Figura 2.2). Tuttavia, osservando le singole nazionalità, affiora un quadro variegato. I ragazzi cinesi, ad esempio, si incontrano con gli amici con minore frequenza: solo il 44,7% li vede più volte a settimana. Al contrario, oltre il 70% dei ragazzi marocchini e albanesi incontra gli amici più volte a settimana. I ragazzi, come visto, sono più assidui delle ragazze nelle relazioni amicali de visu e questa differenza è ancora più marcata tra i giovani stranieri rispetto agli italiani. Comportamento analogo viene evidenziato dai ragazzi anche per quanto riguarda il vedersi quotidianamente.
Circa l'80% dei giovani stranieri ha almeno un amico con cui potersi confidare, una percentuale più bassa rispetto a quella dell'87% dei ragazzi italiani. Tuttavia, rispetto agli italiani, gli stranieri mostrano una maggiore propensione (39,3% contro il 35,2%) ad avere più di un amico fidato. Tra le diverse nazionalità, i marocchini sono quelli con la maggiore propensione ad avere più di un amico su cui fare affidamento (44,6%), mentre tra i cinesi la quota si ferma a poco più del 29%. Tra i maschi, la quota di chi può contare su più di un amico fidato è simile tra italiani e stranieri (circa il 37%). Tra le femmine, invece, le straniere mostrano una percentuale più alta (42,1%) rispetto alle italiane (33,7%), le quali, però, dichiarano di avere almeno un amico con cui confidarsi in oltre il 90% dei casi, rispetto all'84,2% delle ragazze straniere.
Fare nuove amicizie online è particolarmente comune tra i giovani stranieri: il 52,2% di loro lo fa, contro il 45,1% dei ragazzi italiani (45,8% la media generale). I giovani stranieri, quindi, sono nettamente più inclini a fare amicizie in rete e a cercarle al di fuori del loro contesto sociale fisico. Tra le diverse nazionalità, gli ucraini sono quelli che dichiarano di aver stretto più amicizie online (59,3%), seguiti dai romeni e dai cinesi, con il 56,7% e il 56%, rispettivamente. Sebbene la tendenza a fare nuove amicizie via Internet sia più pronunciata tra i maschi, la differenza di genere è meno marcata tra gli stranieri.
La tendenza degli stranieri a farsi nuove amicizie online non si abbina però alla propensione a contattare online o al telefono giornalmente gli amici che già si hanno. Il contatto (continuo o più volte al giorno) tramite telefono o Internet è una caratteristica tipica dei ragazzi italiani: nel 50,2% dei casi più volte al giorno, rispetto al 34,6% degli stranieri. Tra i cinesi, la quota di chi è quotidianamente connesso con gli amici scende al 24%. La distanza tra maschi e femmine, con queste ultime connesse più assiduamente, è più contenuta tra gli stranieri rispetto agli italiani.
Un altro aspetto centrale delle relazioni sociali dei giovani riguarda la composizione delle loro reti amicali, che rivela non solo le loro modalità di socializzazione, ma anche il grado di apertura, integrazione e circolazione culturale che caratterizza i diversi gruppi, offrendo uno spaccato prezioso dei processi di convivenza e scambio nelle nuove generazioni. Tra i giovani italiani, la struttura delle reti amicali appare relativamente omogenea: nel 68,1% dei casi gli amici sono prevalentemente italiani, la quota sfiora il 70% tra i 14-19enni (Figura 2.3). Tuttavia, una parte non trascurabile (31% circa) intrattiene relazioni con coetanei sia italiani sia stranieri, percentuale che sale al 35% tra i più giovani. Solo una quota residuale, pari all’1%, ha per lo più amici di cittadinanza non italiana. Tra i giovani stranieri la situazione è più complessa: le amicizie con italiani favoriscono l’integrazione sociale e culturale, mentre i legami con coetanei stranieri offrono sostegno identitario, emotivo e linguistico, aiutando a condividere esperienze comuni e a mantenere le proprie radici. Le reti sociali degli stranieri risultano allora più variegate: oltre il 59% ha amici sia italiani sia stranieri, il 31,4% frequenta soprattutto italiani e il 9,2% prevalentemente coetanei stranieri. Le differenze per nazionalità confermano questa eterogeneità: i ragazzi cinesi mostrano maggiore propensione a rapportarsi con amici non italiani (24,8%, contro un 15,7% che frequenta soprattutto italiani), mentre i giovani romeni hanno la quota più alta di amici italiani (39,4%). I marocchini, infine, presentano reti particolarmente miste, con il 66,2% che dichiara un gruppo di amici eterogeneo.
Su Bullismo e cyberbullismo. Vessati e isolati
Le dinamiche sociali tra i giovani non sono sempre facili e, frequentemente, le relazioni sono segnate da episodi di bullismo. Questo fenomeno, che comprende atti di prevaricazione fisica, verbale o psicologica (come attacchi fisici, insulti, diffamazioni ed esclusioni dal gruppo) si manifesta in modo intenzionale e persistente nel tempo, causando un impatto significativo sul benessere e sullo sviluppo emotivo dei ragazzi.
Il 68,5% dei giovani ha subìto, almeno una volta nell'anno precedente l’indagine, episodi offensivi o aggressivi, sia online che in presenza fisica (offline da qui in avanti); in particolare, il 21% ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo con una frequenza superiore a una volta al mese (Figura 3.1). La cadenza mensile o più frequente degli episodi di bullismo è più comune tra i giovanissimi: il 23,7% degli 11-13enni ha subìto atti vessatori, rispetto al 19,8% dei 14-19enni. Le regioni del Nord registrano le percentuali più alte di ragazzi che denunciano episodi di bullismo (il 22,1% dei ragazzi del Nord-est e il 21,6% di quelli del Nord-ovest).
Una particolare forma di bullismo è il cyberbullismo, che utilizza le tecnologie digitali (come messaggistica, e-mail, chat o social network) per inviare insulti, offese o contenuti umilianti in modo reiterato nel tempo. Si distingue dal bullismo tradizionale perché non richiede un contatto diretto tra vittima e aggressore, anche se episodi online e offline possono coesistere e influenzarsi reciprocamente. Quasi il 19% dei giovani ha subito bullismo offline, senza differenze di genere ma con un impatto maggiore sui giovanissimi (21,7%) rispetto ai più grandi (17,4%). Per quanto riguarda il cyberbullismo, invece, non si notano differenze significative tra le due fasce di età, entrambe attorno alla media dell'8%; si registrano, tuttavia, divergenze di genere: l'8,9% dei maschi ha subito cyberbullismo, contro il 6,6% delle femmine.
Per ulteriori informazioni sui fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, con il dettaglio online/offline, si rimanda a Istat 2025d.
Gli episodi di bullismo colpiscono in misura più marcata i giovani di cittadinanza non italiana, in contesti sia fisici che digitali, delineando un quadro di vulnerabilità più elevata rispetto ai coetanei italiani. Nel complesso, quasi il 27% dei ragazzi stranieri — circa il 28% tra i maschi e il 25,5% tra le femmine — dichiara di aver subìto atti vessatori con una frequenza superiore a una volta al mese nell’ultimo anno, a fronte del 20,4% registrato tra i giovani italiani (Figura 3.2).
Il rischio di subire bullismo non è uniforme tra le diverse collettività straniere. I giovani di nazionalità rumena e ucraina risultano particolarmente esposti, riportando rispettivamente nel 29,2% e nel 27,8% dei casi di essere stati vittime di atti vessatori ricorrenti. Anche tra i ragazzi cinesi il fenomeno appare significativo, con uno su quattro che dichiara di aver subito bullismo più volte al mese. Tra i marocchini e gli albanesi, invece, le percentuali sono più contenute, attestandosi intorno al 22%, a indicare differenze importanti legate al contesto culturale e sociale di ciascun gruppo.
Distinguere tra bullismo offline e online permette di cogliere sfumature ulteriori. Gli atti subìti di persona riguardano il 23,4% dei giovani stranieri, con valori simili tra maschi e femmine, rispetto al 18,3% dei coetanei italiani; nel dettaglio, tra i ragazzi rumeni questa quota raggiunge quasi il 25%, confermando una maggiore esposizione nelle interazioni dirette. Il bullismo online mostra dinamiche analoghe, colpendo l’11,8% degli stranieri contro il 7,4% degli italiani, ma con differenze di genere ben definite: tra i maschi i ragazzi ucraini risultano più frequentemente vittime di vessazioni digitali con la percentuale più alta (17,3%), mentre tra le femmine spiccano le cinesi, con l’11,2% che dichiara di aver subito bullismo online.
L’analisi delle tipologie di vessazione subìta dai giovani mette in evidenza differenze significative tra italiani e stranieri, anche in relazione alla loro frequenza. I ragazzi stranieri risultano vittime di prepotenze in misura maggiore rispetto ai coetanei italiani, soprattutto per quanto riguarda offese verbali ed esclusioni sociali. Considerando gli episodi con cadenza mensile o superiore, il 18% dei giovani stranieri dichiara di aver subìto offese verbali, contro il 13,8% dei ragazzi italiani, mentre per le esclusioni sociali le quote sono, rispettivamente, del 14,1% e del 9,9% (Figura 3.3). I giovani stranieri 11-13enni subiscono vessazioni in misura leggermente superiore alla media complessiva: circa un ragazzo straniero su cinque in questa fascia di età subisce insulti o offese più volte al mese, a fronte di circa il 17% dei coetanei italiani. Tra i più grandi, le esclusioni sociali sembrano colpire in modo simile italiani e stranieri, ma considerando la frequenza mensile o più elevata degli episodi — cioè il bullismo vero e proprio — gli stranieri risultano comunque più esposti (13,4% contro 9,4%). Anche il genere influenza la tipologia di vessazione: nel complesso, i ragazzi sono più frequentemente vittime di offese e minacce, mentre le ragazze subiscono maggiormente esclusioni sociali. Se si confronta la cittadinanza, tra le ragazze, le straniere risultano svantaggiate rispetto alle italiane in tutte le forme di prepotenza considerate, mostrando quindi un rischio complessivo più elevato. Tra i ragazzi, invece, le differenze tra italiani e stranieri sono meno evidenti per quanto riguarda offese ed esclusioni, con percentuali simili intorno al 58% e al 40%, rispettivamente. Tuttavia, quando si prende in considerazione la frequenza mensile o più alta di questi atti, cioè la dimensione del bullismo vero e proprio, emergono differenze più nette, di circa cinque punti percentuali, a danno dei ragazzi stranieri.
I luoghi della socialità e della fruizione culturale
Le relazioni di fiducia e la frequenza degli incontri tra coetanei sono fondamentali per il benessere psicologico dei giovani, ma le attività sociali, come lo sport e gli eventi culturali, offrono ulteriori opportunità di relazione e confronto. In questo contesto, le occasioni di socialità si arricchiscono non solo di interazioni quotidiane, ma anche di esperienze collettive che, dalla cultura allo svago, completano e diversificano le modalità con cui i giovani costruiscono le loro reti sociali.
Un elemento fondamentale della socialità per i giovani è lo sport poiché, oltre a favorire l'attività fisica, rappresenta un'opportunità preziosa per costruire relazioni significative. Attraverso la partecipazione sportiva, i ragazzi non solo si confrontano con gli altri, ma imparano anche valori essenziali, come il rispetto delle regole, la capacità di collaborare in squadra, l'entusiasmo per la sfida e la maturità nell'affrontare la sconfitta, elementi che ne arricchiscono la crescita personale e sociale. Il 64,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni pratica una qualche attività sportiva al di fuori dell’orario scolastico; quasi la metà di loro si allena regolarmente presso un’associazione sportiva (Figura 4.1). Le differenze di genere ed età nella partecipazione sportiva sono evidenti. La percentuale di maschi che pratica sport è significativamente maggiore rispetto a quella delle femmine (73,5% contro 55%); più contenuta la distanza per quanto riguarda invece la pratica presso un’associazione sportiva. Gli 11-13enni sono nettamente più sportivi rispetto ai 14-19enni, con una partecipazione del 75,8% contro una del 59,3%; ancor più netto (superiore ai 20 punti percentuali) il divario tra i due gruppi in termini di allenamento presso un’associazione sportiva. La pratica sportiva è particolarmente diffusa nelle regioni centrali, dove raggiunge il 70%, nel Nord si attesta al 67% mentre nel Mezzogiorno non raggiunge il 60%. Tra chi pratica meno attività sportiva, spiccano i ragazzi stranieri: meno della metà di loro (47,3%, il 33% nel caso delle ragazze) pratica sport e meno di un terzo frequenta un’associazione sportiva. Infine, la frequenza con cui si pratica sport (al di fuori dell'orario scolastico) varia anche in base al background socioculturale: pratica sport oltre il 75% dei figli di genitori laureati contro il 46,4% di quelli i cui genitori possiedono al più la licenza media.
Analizzando le preferenze sportive dei giovani, emerge che le attività principali si concentrano su tre discipline: al primo posto si colloca la palestra (23,1%), seguita dal calcio (22,4%) e dalla pallavolo (8,7%) (Figura 4.2). Le scelte sportive risultano influenzate non solo dai gusti personali, ma anche da fattori legati al genere e alla cittadinanza. Le differenze tra ragazzi e ragazze, infatti, sono particolarmente evidenti. I maschi prediligono sport maggiormente orientati alla competizione di gruppo e al senso di appartenenza: il calcio è la disciplina più praticata (36,4%), seguito dalla palestra (20,3%) e dal basket (9,6%). Le ragazze, invece, tendono a privilegiare attività che combinano benessere fisico, coordinazione e possibilità di espressione creativa: la palestra è scelta dal 27%, seguita dalla danza (17,2%) e dalla pallavolo (16,1%). Le scelte sportive variano anche in base alla cittadinanza. Tra i giovani italiani si conferma lo schema palestra-calcio-pallavolo, mentre tra gli stranieri il calcio occupa il primo posto (27,9%), seguito dalla palestra (17,7%) e dal basket (10,7%). Analizzando le diverse collettività straniere, si osserva come il calcio domini tra i ragazzi marocchini (53,6%) e albanesi (39,2%), mentre i ragazzi cinesi si distinguono per una predilezione verso il basket (22,8%) e il nuoto (21,2%). Per quanto riguarda le ragazze straniere, la pallavolo (21,2%) risulta l’attività più comune, seguita dalla palestra (19,6%) e dal nuoto (14,8%), mentre la danza non rientra tra le prime tre scelte.
Oltre alla pratica sportiva, la partecipazione a eventi culturali — come andare al cinema, a teatro, assistere a concerti, a eventi sportivi, o visitare musei e siti archeologici — offre non solo occasioni di svago, ma anche di formazione e arricchimento personale. Queste esperienze ampliano il bagaglio culturale dei ragazzi e, soprattutto, rappresentano momenti privilegiati per condividere interessi e passioni, favorendo il confronto e il dialogo con gli altri. Inoltre, sono un'opportunità ideale per stimolare la socializzazione, permettendo ai giovani di creare legami significativi e di vivere esperienze di crescita sia individuale che collettiva. A tal riguardo, i risultati dell’indagine evidenziano come il cinema attragga gran parte dei giovanissimi (3 su 4 in media) mentre andare a teatro è tra le forme di fruizione culturale meno popolari (29,8%) (Figura 4.3). Le propensioni culturali variano notevolmente in base all’età, riflettendo tanto l’acquisizione di maggiore autonomia socio-economica quanto l'evoluzione degli interessi durante la crescita. Le ragazze mettono in luce una maggior partecipazione culturale rispetto ai ragazzi in quasi ogni forma di fruizione culturale, in particolar modo nell’interesse verso i concerti dal vivo, per i quali presentano un distacco di circa 13 punti percentuali sui ragazzi. Fa eccezione l’assistere a eventi sportivi, attività più amata dai ragazzi (46,5%) che dalle ragazze (27,9%). I giovani stranieri mostrano quote significativamente più basse di partecipazione rispetto agli italiani in corrispondenza di ogni forma di fruizione culturale; la fruizione culturale dove si assiste a una minore differenza tra ragazzi stranieri e italiani, comunque importante e pari a circa 8 punti percentuali, è quella relativa al teatro.
Il background culturale familiare gioca un ruolo cruciale nella partecipazione culturale dei giovani, influenzando in maniera significativa la frequenza e la varietà delle attività culturali a cui questi prendono parte. In particolare, il livello di istruzione dei genitori rappresenta un indicatore chiave non solo delle opportunità educative, ma anche della formazione di abitudini culturali nei giovani. In generale, un livello di istruzione più elevato dei genitori si associa a una fruizione culturale più ampia, variegata e regolare da parte dei figli, mentre un livello di istruzione più basso tende a limitare queste opportunità. Che si evidenzi un chiaro legame tra il capitale culturale familiare e i comportamenti culturali dei giovani lo dimostrano i figli di genitori laureati, i quali mostrano percentuali superiori alla media in tutte le forme di partecipazione culturale considerate. Per quanto riguarda la frequenza del cinema, la forma di fruizione culturale come visto più popolare, si rileva che oltre l’80% dei figli di laureati ha assistito a proiezioni cinematografiche nei 12 mesi precedenti l’indagine, contro meno del 65% dei giovani i cui genitori possiedono solo il titolo di scuola media (Figura 4.4). Ciò dimostra come l’istruzione dei genitori non influisca soltanto sulla disponibilità di risorse economiche, ma anche sulla trasmissione di abitudini culturali e sul coinvolgimento dei figli in esperienze ricreative e formative. Le differenze diventano ancora più marcate se si considerano attività culturali come le visite a musei, alle mostre o ai siti archeologici. In questi casi, il divario tra i figli di genitori laureati e quelli con al massimo la licenza media supera i 35 punti percentuali, sottolineando come la partecipazione culturale più “strutturata” o meno immediatamente accessibile sia strettamente legata al contesto familiare.
Per ulteriori dettagli sulle attività del tempo libero dei giovani, che spaziano dalle relazioni interpersonali alla partecipazione sociale e alla fruizione culturale, si rimanda a Istat 2025a.
Le radici e le ali: cittadinanza, identità e aspirazioni per il futuro
Il tempo libero rappresenta il terreno in cui i giovani manifestano sé stessi e le proprie passioni, esplorando attraverso lo sport, la cultura e lo svago le dimensioni più immediate della loro esistenza. Tuttavia, è analizzando il loro senso di identità e le aspettative per il futuro che emergono le loro visioni più profonde del mondo, che si svelano le vere motivazioni e i sogni che orientano le loro aspirazioni e, di conseguenza, le scelte che plasmeranno il loro cammino a lungo termine, rivelando così il modo in cui costruiscono il legame con sé stessi e con la società.
In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, dove le possibilità di comunicazione e spostamento sono rapide e facili, il concetto di cittadinanza sta subendo profonde trasformazioni. Per i giovani, che vivono quotidianamente tra culture diverse e nuove tecnologie, il significato di cittadinanza va oltre i confini geografici e giuridici e diventa un concetto legato principalmente all'appartenenza (29,6%), alla comunità (28,9%) e ai diritti (25,2%), riflettendo così il bisogno dei ragazzi e delle ragazze di sentirsi parte di un gruppo e consapevoli dei diritti che li tutelano (Figura 5.1). Tematiche come partecipazione e libertà sono percepite con un'intensità minore, indicando una certa distanza dal coinvolgimento attivo e dalle riflessioni sulle libertà individuali; ancora più marginale è l'associazione tra cittadinanza e doveri (appena 3,7%).
Man mano che si diventa più grandi, si assiste a una crescente consapevolezza civica tra i giovani, con un passaggio graduale da una visione della cittadinanza più collettiva e di appartenenza (per oltre uno su tre degli 11-13enni il termine cittadinanza è associato alla comunità) verso una concezione più matura incentrata su appartenenza e diritti, collegata probabilmente anche a una maggiore esposizione alle informazioni e a maggiori opportunità di impegno. Le ragazze, soprattutto nella fascia 14-19 anni, associano più frequentemente la cittadinanza ai diritti rispetto ai maschi (28,1% contro 22,8%), suggerendo una visione che comprende responsabilità sociali e collettive. Al contrario, i ragazzi sono più propensi a collegare la cittadinanza a concetti come appartenenza, partecipazione e libertà, indicando una visione della cittadinanza più legata al senso di solidarietà collettiva e alla connessione con il gruppo, rispetto alla riflessione su diritti e impegno individuale.
Evidenti le differenze tra italiani e stranieri: mentre i primi enfatizzano la dimensione della comunità (30,1% contro 17,4%), i secondi sono più orientati ai diritti (30,2% contro 24,7% degli italiani) riflettendo una percezione più acuta dell'accesso ai diritti garantiti dalla cittadinanza. Per chi non possiede la cittadinanza italiana, infatti, la questione dei diritti è più sentita e percepita come una mancanza, mentre per gli italiani, che già ne godono, il concetto di comunità e appartenenza risulta prevalente.
Tra le principali collettività straniere, i ragazzi albanesi e marocchini sono quelli che maggiormente associano il concetto di “cittadinanza” alla questione dei diritti: il 36,1% e il 33,4% rispettivamente (Figura 5.2). I cittadini residenti in Italia di queste due nazionalità, infatti, sono coloro che negli ultimi dieci anni hanno maggiormente potuto acquisire la cittadinanza italiana, coprendo da soli oltre un terzo delle circa 1,46 milioni di acquisizioni registrate tra il 2013 e il 2022.
La consapevolezza dei diritti legati alla cittadinanza aumenta con l’età di arrivo in Italia: per i ragazzi albanesi che sono arrivati a 11 anni o più, il 37,9% associa la cittadinanza ai diritti, rispetto al 30,3% di chi è arrivato prima dei 6 anni; tra i marocchini, le quote sono rispettivamente del 33,9% e del 29,4%. Una realtà completamente diversa riguarda i ragazzi cinesi, che non collegano la cittadinanza al concetto di diritti, ma la associano principalmente al concetto di appartenenza (il 39,6% nel complesso e oltre il 50% tra coloro che sono arrivati in Italia dai 6 ai 10 anni di età). Questo atteggiamento dipende molto dal fatto che la Cina non riconosce la doppia cittadinanza: qualora i giovani cinesi acquisissero quella italiana, infatti, sarebbero costretti a rinunciare a quella cinese.
Quando i giovani, sia italiani sia stranieri, riflettono su cosa significhi essere italiano, l'opzione che raccoglie il maggior numero di risposte è "l’essere nato in Italia", scelta da più della metà (51,6%) degli 11-19enni (Figura 5.3). La nascita in Italia è dunque il primo e più forte segno di italianità, con i ragazzi che si sentono più fortemente legati a questo concetto (54,6%) rispetto alle ragazze (48,4%). Per gli italiani, la nascita nel Paese è vista come il criterio più evidente di appartenenza; viene infatti indicata come definizione di italianità nel 52,5% dei casi contro il 42,7% degli stranieri, per i quali la percezione include anche altri fattori come l'integrazione o l'identità culturale. La seconda scelta più frequente riguarda "il rispettare le leggi e le tradizioni italiane", con il 46,2% delle preferenze totali. Questa risposta è espressa maggiormente dalle ragazze (47,3%) rispetto ai ragazzi (45,3%). Inoltre, anche in questo caso, gli italiani tendono a dare maggiore importanza a questo aspetto (46,7%) rispetto agli stranieri (41,7%). Altri temi legati all'italianità, come “parlare la lingua italiana”, “conoscere la storia italiana” e “l’aver vissuto per un lungo periodo in Italia”, sono considerati più importanti dagli stranieri che dagli italiani, suggerendo come la percezione di "italianità" sia più legata all’esperienza di vita nel Paese, piuttosto che a un concetto esclusivamente legato alla nascita o alla cittadinanza.
Quanto si sentono italiani gli 11-19enni nel Paese? Secondo l’indagine, il 38,1% dei giovani si considera totalmente italiano (Figura 5.4). Tuttavia, questa percezione varia a seconda del genere e dell'età. I maschi si sentono italiani in misura maggiore (41,0%) rispetto alle femmine (35,1%). Inoltre, gli 11-13enni tendono a sentirsi più italiani rispetto ai più grandi (41,2% contro il 36,7% dei 14-19enni. Ciò suggerisce che la percezione di "italianità" sia influenzata da fattori come la maggiore consapevolezza della propria posizione sociale, le esperienze di inclusione o esclusione e, comunque, tutte quelle dinamiche sociali, scolastiche o familiari che si intensificano durante l'adolescenza. Come ci si potrebbe aspettare, la percentuale di chi si sente totalmente italiano è decisamente più alta tra gli italiani (41,1%) rispetto agli stranieri (9,8%) mentre oltre un quarto di questi ultimi (25,4%) si sente "poco o per nulla" italiano (appena il 3,8% tra gli italiani). Anche tra gli stranieri, però, sussistono differenze significative. Spiccano i giovani cinesi, che in oltre il 60% dei casi si definiscono poco o per nulla italiani, facendo intravedere una forte separazione culturale o una difficoltà d'integrazione. I giovani romeni, invece, si sentono totalmente italiani più degli altri gruppi (16% dei casi), anche grazie alla lunga presenza e alla storia di immigrazione proveniente da questo Paese. L'identità "italiana" è un concetto complesso e sfaccettato che cambia non solo tra le diverse nazionalità, ma anche in relazione all’esperienza di vita e d’integrazione nel Paese. Chi è arrivato in Italia all'età di 11 anni o più, infatti, si sente poco o per nulla italiano nel 46,3% dei casi, mentre chi è nato in Italia si sente poco o per nulla italiano solo nel 20,2% dei casi. Ciò indica chiaramente che l'integrazione è più difficile per chi arriva in Italia senza aver avuto la possibilità di crescere con il "sentirsi italiano" come parte naturale della propria identità. Al contrario, i giovani nati in Italia, pur provenendo da famiglie immigrate, hanno una connessione più forte con la cultura e l’identità italiana.
Se la percezione di essere italiani è un tema cruciale per i giovani, determinato da fattori come cittadinanza, identità culturale e integrazione, altrettanto importante è capire come questa identità influenzi le loro aspirazioni future e i progetti per il futuro, che si intrecciano con il loro senso di appartenenza e le opportunità percepite nel contesto sociale ed economico del Paese.
Nel 2023 il 45% degli 11-19enni vede il proprio futuro in Italia, ma più di un terzo (34,2%) si immagina di vivere all'estero (Figura 5.5) Oltre la metà dei più piccoli si immagina in Italia da adulto, mentre la percentuale scende al 42% tra i 14-19enni. Per i giovani stranieri, la quota di chi desidera vivere in un altro Paese è del 38,4% contro il 33,8% degli italiani. Tuttavia, tra gli stranieri non c'è una visione omogenea: le aspirazioni future variano significativamente a seconda della cittadinanza. I giovani ucraini e cinesi sono i meno propensi a rimanere in Italia (rispettivamente il 32,5% e il 29%), mentre tra i marocchini (45,1%) e gli albanesi (38,4%) si riscontrano quote più alte di chi si immagina stabilmente nel nostro Paese da grande. Oltre alla cittadinanza, il genere gioca un ruolo importante nelle aspirazioni dei giovani. Le ragazze hanno una visione più orientata verso l'emigrazione, sia tra gli italiani - dove il 37,5% delle ragazze desidera vivere all’estero contro il 30,3% dei ragazzi – sia tra gli stranieri (il 42,7% contro il 34,6%). Una differenza, questa, che potrebbe spiegarsi con la percezione che le ragazze possano incontrare maggiori difficoltà nell’affermarsi professionalmente in Italia, dato il persistente divario di genere nel nostro Paese. La ricerca di opportunità migliori all'estero potrebbe quindi essere una risposta alla percezione di limitate possibilità di realizzazione personale e professionale. Infine, tra gli stranieri, emerge una differenza significativa anche in base all’età di arrivo in Italia: oltre la metà di coloro che sono arrivati nel Paese a 11 anni o più (52,7%) si immagina di rimanere in Italia a fronte del 32,6% di coloro che sono arrivati prima dei 6 anni, suggerendo come l’esperienza di vita in Italia abbia un impatto significativo sul desiderio di rimanere o emigrare.
Al di là delle intenzioni migratorie, nel complesso, il 41,3% dei giovani si sente affascinato dal futuro, mentre quasi un giovane su tre ne prova paura e circa il 17% afferma di non pensarci affatto (Figura 5.6). Il timore del futuro è più pronunciato tra i ragazzi più grandi: circa il 38% dei 14-19enni ne ha paura, contro il 21% degli 11-13enni. Inoltre, la paura del futuro è più marcata tra le ragazze (42,1%) rispetto ai ragazzi (23,1%). Una quota intorno al 9% non riflette sul futuro e ciò avviene in misura maggiore tra i più piccoli (11% circa), evidentemente per una questione di maturità, ancora acerba tra i più giovani, soprattutto tra i maschi. Tra i giovani stranieri emerge una maggiore percentuale di ragazzi attratti dalle prospettive future rispetto ai loro coetanei italiani: il 43,4% contro il 41,0% e, per contro, un minor timore riguardo al futuro (27,9%) rispetto agli italiani (32,8%), suggerendo una visione più ottimistica nel vedere il futuro con più speranza e aspettative positive. Un altro dato interessante riguarda l'influenza del livello di istruzione familiare. Infatti, al diminuire del titolo di studio dei genitori, si riduce anche la percentuale di giovani che si sentono affascinati dal futuro: il 43,4% tra i figli di genitori laureati, il 41% tra i figli di diplomati, fino al 38,5% tra i giovani con genitori che hanno al massimo la licenza media. Parallelamente, cresce la percentuale di chi non riflette sul futuro, suggerendo una possibile correlazione tra il livello educativo dei genitori e l’approccio verso il futuro da parte dei figli. Da sottolineare, in ogni caso, che la percentuale di giovani che esprimono paura del futuro resta relativamente stabile, sia tra gli italiani sia tra gli stranieri. Nonostante le differenze in termini di opportunità o prospettive, quindi, la paura del futuro è un sentimento condiviso da ampie fasce di giovani, indipendentemente dalla loro origine o dal livello educativo familiare.
Per ulteriori approfondimenti sulle aspettative riguardo al futuro delle nuove generazioni si rimanda a Istat 2025e (paragrafo 3.1.5).